sabato 16 dicembre 2017

Essere Parola

Sono voce: questo dice Giovanni Battista di se stesso nel Vangelo di questa domenica (cf. Gv 1,6ss). Si vede dal punto di vista della sua identità più profonda. Un figlio amato dal Padre celeste, che sa chi è e perché vive, e ha chiaro il compito affidatogli nella vita. Avere senso e direzione sono le cose più necessarie per ognuno di noi. Non è un caso che i giovani specialmente - ma non solo – si chiedano: ma io chi sono chiamato ad essere? Una domanda che preme, che urge dentro, che è impellente e che richiede lo sforzo di essere presa in seria considerazione, se non si vuole fallire il bersaglio. Il Battista si definisce “voce” e ci indica un criterio: per esser voce bisogna sapere cosa dire e quindi il Battista si presenta come un ascoltatore attento della voce di Dio. Come potrebbe se no parlare in nome di Dio, dire la Sua Parola? Farsi portavoce di un Altro? 

Allora per capire chi siamo e qual è il compito che ci riguarda nella vita, dobbiamo farci grandi ascoltatori della Parola di Dio. Non occorre una grande conoscenza, occorre la tenacia interiore – tipica di questo tempo di Avvento – che ci fa iniziare ogni giornata col piede giusto, ossia con l’ascolto del Vangelo. Non io per primo, ma Dio per primo. Un criterio facile facile, eppure troppe volte disatteso, incompreso  e sottovalutato. Ma il grande salto della fede e della vita, la grande svolta avviene qui, nell’ascolto fiducioso della sua Parola per noi, per me, per te. Ci si educa a questo, nulla è spontaneo nell’uomo, se non le funzioni più elementari. Il resto di ciò che è umano e ci umanizza va conquistato con l’esercizio, l’impegno, l’attenzione del cuore. Ci vuole profonda concentrazione per arrivare a leggere la Parola come assetati. Bisogna sentirla questa sete del cuore, questo bisogno di senso da dare alla giornata, alla vita, ai fatti che ci accadono. Il dialogo con Gesù accade nel raccoglimento, e per raccogliersi ci vuole lo sforzo di concentrarsi e restare in Lui, nella Parola. Il risultato di questo ascolto è l’incontro vivo con Dio, col Padre, con nostro Padre. E se c’è questo, c’è il coraggio un po’ folle di puntare tutto sulla Parola ascoltata. 

Quando Maria dice all’angelo "Avvenga", sta appunto dicendo a Dio di affrettare i tempi, di compiere ciò che vuole compiere. E così ci insegna a credere a ciò che ascoltiamo. Credere non vuol dire che miracolosamente aderiamo senza dubbi alla Parola, credere vuol dire scegliere di appoggiarsi a questa Parola e rischiare tutto su di essa. Maria, il Battista, i profeti, sono alcune delle figure tipiche dell’Avvento. Uomini e donne segnate da un'unica caratteristica: vivere la Parola, seguirla sine glossa, direbbe san Francesco, farla così come ci arriva, aprirci come bambini al dono del Padre, anche quando stiamo chiedendo qualcosa che stenta a concretizzarsi, soprattutto quando situazioni dolorose non si risolvono ancora. Questo è il momento di fare la Parola, come Maria, come il Battista, il momenti di non smuoversi dalla certezza – quella caparbietà tipica dei bambini, dei figli che si affidano – che alla fine sgorgheranno fiumi nel deserto… non per opera nostra, ma perché Dio lo farà per chi avrà creduto: “Io cambierò il deserto in un lago d’acqua, la terra arida in zona di sorgenti” (cf. Is 41ss). 

sabato 9 dicembre 2017

Preparare il cuore

«Viene colui che vi battezzerà in Spirito Santo». In questa seconda domenica di Avvento, il messaggio del Vangelo di Marco punta sui concetti forti della venuta e della preparazione (cf. Mc 1,1-8). Gesù viene. Perciò il Battista lo aspetta e aiuta anche gli altri ad aspettarlo nel modo più conveniente. Nessuno prepara qualcosa in vista di niente. Quando ci sono preparativi, è perché sta avvicinandosi qualcosa o qualcuno. In genere quando prepariamo un ambiente per accogliere qualcuno, siamo nell’atteggiamento di chi vuole dare, elargire. In questo caso invece accade una cosa nuova: sarà colui che verrà a donare e non una cosa tra le tante ma nientedimeno che lo Spirito Santo.

Allora noi ci prepariamo per ricevere, e questa stessa preparazione è stata avviata dallo stesso donatore. Giovanni Battista fu preparato dallo Spirito Santo. La sua esistenza ascetica, tutta protesa verso l’incontro con il Messia, fu la sua risposta a una forza che lo attraeva come aveva attratto in passato tanti altri profeti da Samuele in poi. Ecco allora che quest’intima attesa di Gesù che a Natale tornerà a donarsi a noi in modo nuovo, è già opera della grazia, che ci spinge in questa direzione. Sappiamo che verrà, crediamo che verrà, viene sempre, ma ogni volta in modo nuovo, vitale, a seconda della fase che stiamo vivendo.


Colpisce un altro aspetto: la povertà di Giovanni Battista, la sua assoluta sobrietà. Quasi a dirci che per aspettare e accogliere una nuova rivelazione di Dio bisogna che ci spogliamo di tante cose e restiamo fissi sull’essenziale. Se vogliamo Gesù, Gesù verrà. Questo vuol dire lasciar perdere tanti momenti di evasione e distrazione per imparare il raccoglimento, per stare nel silenzio, che è il luogo dell’incontro. Il silenzio è il linguaggio dell’amore e quindi Dio non può che rivelarsi nel silenzio. Maria come il Battista ha scelto la via dell’essenzialità. Gesù solo ha riempito i suoi occhi e la sua esistenza. Nessun’altra attrattiva l’ha afferrata. Anche adesso come madre nostra continua a fare altrettanto, ci aiuta a tenere lo sguardo fisso su di lui, ad ascoltare la sua Parola, attendere la Parola e la densità delle promesse che porta con sé. Maria non ha altro da trasmetterci che questo intenso desiderio di stare con la Parola: leggerla, lasciarsi leggere, lasciarsi raggiungere e permetterle di trasformare il nostro cuore e la nostra vita. 

Il Battista aveva scelto la via dell’umiltà e perciò in lui poté risuonare la voce di Dio. Povero di sé e ricco di amore, di verità. Maria, anche lei piccola, povera di sé, portò in grembo l’eterno. Per essere riempiti occorre farsi capaci, fare spazio, per farsi visitare occorre preparare il cuore all’incontro. Giovanni Battista e Maria di Nazaret ci mostrano il capovolgimento tipico della fede: ciò che è vuoto, è riempito fino all’orlo e più, ciò che è piccolo viene innalzato fino ai cieli, ciò che appare sterile, fiorirà tra breve. Un invito denso di consolazione per noi, per lasciare e trovare. Trovare cosa? Spazio, tempo, cuore per il silenzio, apparente fallimento di tutte le cose. Però per chi avrà pazientato, per chi avrà esercitato la tenacia interiore restando fedele alla preghiera e all'ascolto, spunterà un germoglio e sarà il miracolo tanto atteso, la grazia lungamente chiesta e per la quale non ci si è stancati di implorare. Dio fa crescere i suoi fiori più belli in mezzo alle rocce più aride. Chi ha orecchie, intenda.

domenica 26 novembre 2017

Giudicati sull'amore

Giudicati sull’amore. È questo il messaggio semplice e sconvolgente che Gesù ci consegna in questa domenica in cui si conclude l’anno liturgico prima dell’Avvento. È la solennità di Gesù Re dell’universo, che ci fa riflettere sull’essenziale della vita e della storia. Il fatto cioè che tutto dipenda da Dio e trovi in Lui il suo significato e la sua verità. Quando chiudiamo una fase della vita ed entriamo in una nuova, facciamo un po’ di bilanci, così come quando siamo alla conclusione di altri tipi di esperienze. Nella vita spirituale questa rilettura è un bisogno quotidiano, anzi costante. Non c’è giorno nel quale non sentiamo l’intima esigenza di fare sintesi: allora, come sta andando la mia giornata? Cosa sto vivendo e come lo sto vivendo? Qual è il tracciato che sto seguendo? Come mi sento dentro l’itinerario di Dio? Discernimento che si svolge nelle pieghe del nostro vivere, a volte più lineare, altre più oscuro, faticoso, e però se vissuto come si deve, cioè sotto lo sguardo di Dio, insieme con Lui, sempre fecondo. Un esercizio quotidiano che se richiede la nostra applicazione, tuttavia rigenera e dà senso a tutto il resto, dunque diventa una sorgente di benessere. Per fare questo esercizio di rilettura Gesù ci lascia un criterio sempre valido, quello dell’amore. Essere giudicati sull’amore, sulla tenerezza e la prossimità esercitati nei confronti degli altri dovrebbe essere un ulteriore motivo per amare ancora di più la nostra identità di figli. Cosa ci sta chiedendo di così difficile Dio quando ci chiede semplicemente di amare?

Eppure vediamo in noi e intorno a noi tanta fatica ad entrare in questa logica, in apparenza semplice e bella, dunque amabile e desiderabile. Forse una risposta la troviamo nella Prima lettura. Quando Dio dice che sarà Lui stesso ad andare in cerca del figlio perduto, a curarlo, fasciare le sue ferite, lenire le sue lacrime. Se non ci siamo mai sentiti figli, se non ci siamo aperti a Lui perché si prendesse cura di noi, se non abbiamo spalancato la nostra anima alla sua misericordia, allora rischiamo di avere di Lui un’immagine distorta. Non avendone fatto esperienza, lo consideriamo responsabile dei nostri mali. Non ci fidiamo e dunque non amiamo.

Maria, modello del credente, ci sta davanti proprio come esempio della persona che si è fidata e affidata. Ha riconosciuto la propria piccolezza, il bisogno di Dio e si è affidata a Lui, si è messa totalmente nelle sue mani. Si è lasciata curare, amare, riempire della sua tenerezza. E così ha trovato la motivazione più vera per fare altrettanto. Affidarci a lei ci fa entrare in questa dinamica di felice dipendenza da Dio. Ci fa sperimentare la gioia di essere curati e leniti nelle nostre piccole o grandi piaghe interiori, ci fa assaporare nel silenzio di un intimo colloquio la verità del suo amore, ci pone dei segnali sul cammino perché non ci perdiamo. Così questa fiducia e questo amore ricevuti si esprimono in gesti concreti di accoglienza dell’altro, così com’è e come si sente. E nella misura in cui porteremo con noi la memoria viva della misericordia ricevuta, imprimeremo nei nostri gesti più amore, più attenzione e più vicinanza. Sarà lo Spirito stesso a farlo in noi. Sì, c’è tanta misericordia da donare, ne siamo consapevoli, ma c’è prima tanta misericordia da riconoscere e da accogliere. Se non ho fatto l’esperienza di sentirmi debole pecorella malandata che viene raggiunta dall’amore e salvata, difficilmente sarò in grado di andare oltre me stesso e accorgermi di chi mi passa accanto.


sabato 11 novembre 2017

Attesa dello sposo

Ecco lo sposo. È questo grido che si sente all’improvviso nella notte buia a illuminare con intensità questa pagina di Vangelo domenicale (cf. Mt 25,1-13). Gesù per parlare del suo amore, del Regno che è il suo amore, la sua vita donata a noi, usa questa singolare parabola che ha per protagoniste dieci vergini in attesa dello sposo. Le vergini erano compagne della sposa che fungevano un po’ come damigelle col compito di andare incontro allo sposo, il quale prendeva la sua fidanzata e insieme si recavano al banchetto di nozze. Accade però un fatto insolito: lo sposo accumula un ritardo tale che le ragazze, sfinite dal sonno, si addormentano. Ma all’improvviso si sente un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! All’udire questo grido, tutte le ragazze saltano su. Le cinque sagge che avevano preso dei vasi d’olio di riserva, accendono le lampade. Le altre, che Gesù definisce stolte, sono al buio e chiedono inutilmente alla compagne parte del loro olio. La risposta è negativa: se ne vogliono, che vadano a comprarlo! Mentre quelle vanno, arriva lo sposo che porta con sé le cinque vergini alle nozze, chiudendo la porta. Quando le altre arrivano si trovano davanti  la porta chiusa. Bussano chiedendo di entrare, ma lo sposo risponde dicendo di non conoscerle. L’invito è perciò quello di vigilare in attesa del Signore, per non perdere l’appuntamento con la grazia e con le grazie.

Tanti hanno scritto e riflettuto per capire cosa intendesse Gesù con quest’olio. Quello che sappiamo è che l’olio in questione è un combustibile per fare luce, per cui ci piace pensare che corrisponde, come direbbe papa Francesco, alla quantità di luce che abbiamo nell’anima, dunque non è possibile prestarla perché è una realtà personale. È la vita stessa della persona che o brucia d’amore per Dio e per gli altri oppure è spenta e inaridita. Nessuno può rispondere dell’altro e delle sue scelte. Nessuno può sostituirsi all’altro. Al momento della grazia, dell’arrivo dello sposo nelle nostre giornate, nei nostri attimi di vita, siamo proprio noi ad essere raggiunti, non l’altro accanto a noi o dietro di noi. Inutile voltarsi alla ricerca di un altro interessato.

Mi ami tu? È la parola che Gesù rivolge a Pietro guardandolo dritto negli occhi. Il lampo quando fende l’aria e la divide in due, non chiede il permesso. Ma il nostro cuore può essere morbido e pronto oppure rivolto altrove e poco interessato. Questione di familiarità. Se c’è stata amicizia, ascolto reciproco, dialogo, conoscenza e amore dato e ricevuto, allora si riconosce lo sposo e gli si va incontro senza indugio. Un atteggiamento, quello dell’attesa, tipicamente mariano. Da Maria impariamo quest’arte bella dell’attesa. Quando termina il suo dialogo con l’angelo ed è ora di dare la sua risposta alla proposta di Dio, non esita a dire il suo sì anzi l’espressione che usa (Avvenga!) è densissima ed esprime il suo desiderio ardente di andargli incontro e di unire la propria vita alla sua in una donazione senza misura. Maria non solo aveva tanto olio di riserva ma non era neppure addormentata: l’olio del suo amore la teneva sveglia e pronta a corrispondere.


Tutta la vita è un santo desiderio, ci ricorda sant’Agostino e ci fa capire che Dio ci incontra sempre, in modalità differenti, ma sempre e che sta a noi accoglierlo sempre più largamente, coltivando come Maria lo stupore dell’incontro con Lui. Verissimo! Se però questo desiderio resta vago e incerto si confonde con i bisogni e con tante altre spinte, se invece viene identificato e coltivato come desiderio di Dio, allora diventa un faro che illumina ogni istante e gli dà senso. 

sabato 4 novembre 2017

Un solo Padre, maestro e guida

Un Vangelo duro, forte e appassionato ci viene incontro in questa domenica (Mt 23,1-12). Ai suoi discepoli il Signore desidera dare indicazioni chiare per non deviare dal retto cammino, e vivere una spiritualità autentica e secondo il cuore di Dio. Perciò li mette in guardia da scribi e farisei perché per prima cosa dicono e non fanno. Si sono abituati a vivere una religiosità esteriore fatta di norme e di precetti, coi quali tra l’altro pensano di avere messo a tacere la coscienza credendosi a posto e dunque detentori di meriti da far valere davanti a Dio. Loro si sono persi dietro una giungla di regole e regolette e hanno fatto smarrire la strada anche a tutti gli altri. Guaio è che sono proprio loro ad avere la funzione di trasmettere la Parola di Dio e insegnare a viverla! Così - come ricorda la Prima Lettura - più che aiutare sono d’intralcio alla fede dei fratelli. Insomma si è creato, afferma Gesù, un circolo vizioso in cui il vero volto di Dio è tagliato fuori.

Gesù è sempre inesorabile quando si tratta di difendere la vera immagine del Padre dalle immagini distorte frutto di proiezioni umane. A Gesù preme che noi accogliamo il suo volto misericordioso, il suo cuore amante, il mistero del suo essere innamorato delle sue creature, come diceva a ragione santa Caterina. Un Dio che pur potendo creare l’universo con un soffio del suo alito, decide liberamente di ripercorrere la nostra fragile esistenza per farci recuperare il rapporto col Padre ormai spezzato. Qui sta il cuore del messaggio, nella relazione tra noi e il Padre. Se questa c’è ed è vissuta, non può che portare libertà e gioia. Quella libertà e quella gioia che non appartengono al fariseo di turno, troppo impegnato a farsi bello davanti agli uomini; una vanagloria che evidenzia un vuoto d’identità da colmare appunto con questa forma di compensazione che è il successo sociale. Il fariseo vive ripiegato su se stesso, difendendosi dall’incontro col vero Dio, che bussa alla porta del suo cuore e della sua vita.

Maria, a cui ci siamo affidati con fiducia, ci accompagna maternamente perché non allentiamo mai la relazione con nostro Padre, e ci abituiamo a pensarci sempre in Lui come figli, bisognosi delle sue carezze, del suo caldo riparo. Ci fa capire che abbiamo un solo Padre, quello celeste, un solo Maestro interiore, lo Spirito Santo, una sola Guida, Gesù. Sentendoci amati, siamo anche capaci di impegnarci in un cammino di fede e di crescita umana, che richiede comunque una forma di ascesi. Ma la motivazione è l’amore e non il dovere. Tutti quelli che si fanno strumenti dell’amore Trinitario sono mediatori, tutti noi siamo mediatori gli uni verso gli altri, e l’affidamento a Maria ci aiuta con una grazia reale ad essere sempre più specchi limpidi in cui l’altro può ritrovare il suo vero volto di figlio amato. Maria ci tiene uniti all’amore di Dio e ci rende capaci di trasmetterlo.


sabato 28 ottobre 2017

Tutto di te

Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore (cf. Mt 22,34-40). In questa domenica Gesù viene nuovamente interrogato e messo alla prova, questa volta dai farisei, i fedeli osservanti della Torah, la Legge. La domanda riguarda il grande comandamento. Chiedono a Gesù, che aveva ormai la fama del maestro ispirato, quale esso sia. Gesù risponde aprendo la Sacra Scrittura, citando in questo caso il Deuteronomio, con una leggera variante. Dice infatti: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. E aggiunge: “Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Due sottolineature. La prima: la totalità d’amore che Gesù richiede. L’amore per Dio se è tale non può che essere radicale, coinvolgere tutto l’uomo nel suo essere e operare. Non può esserci una divisione a compartimenti stagni, non esiste la separazione tra sacro e profano, non ci sono zone della nostra vita in cui Dio non può entrare. L’amore per Dio quando è autentico per sua essenza è pervasivo, penetra ovunque, impregna ogni atomo del nostro essere e crea in noi un dinamismo di donazione, ci cambia da dentro. Perciò si estende poi anche alle relazioni col prossimo. Se l’amore è autentico non può sopportare di amare Dio e odiare il prossimo. Perché l’amore dell’uomo è una partecipazione all’amore di Dio, dal quale l’uomo lo riceve come da una sorgente. Se lo accoglie in modo trasparente, non potrà non riversarlo sugli altri. Allora comprendiamo cosa stia a cuore a Gesù: che accogliamo il suo amore, che gli apriamo il cuore, che ci rendiamo disponibili alla sua azione. Sarà poi il suo amore a lavorare in noi e attraverso di noi.

Dio è amore, dichiara san Giovanni nella sua sorprendente Lettera. Cioè Dio per natura, per essenza esce da se stesso e si fa dono, è una necessità sua interna, proprio come il sole non può fare a meno di riscaldare le superfici sulle quali si posa. Non ha barriere, come quelle invece che l’uomo costruisce attorno al suo cuore per difendersi dalla vita. Allora capiamo quanto sia distante lo spirito di Gesù dalla lettera dei farisei, che per essere sicuri di potersi meritare questo amore seguivano 613 precetti, che erano le modalità pratiche e quotidiane in cui avevano tradotto le Dieci parole che Dio aveva dato al suo popolo sul Sinai. In quel modo si mettevano la coscienza a posto, mentre dentro non permettevano all’amore di cambiarli. Gesù non nega l’importanza della legge, delle norme, che servono per regolare e gestire le forze vitali, darle loro una forma. Non vuole però che ci si limiti a questo, senza metterci il cuore, senza coinvolgersi in una relazione vera con Lui. L’amore – e ne facciamo esperienza anche noi - non è solo sentimento, spontaneità, ma richiede dedizione, sacrificio, impegno, richiede anche che si rispettino delle regole. Però non possono essere queste il fine, mentre sono solo mezzo, aiuto per vivere meglio il valore. Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato.


In che cosa l’affidamento a Maria ci aiuta a vivere questa parola di Gesù? Sappiamo che affidarci nello spirito kolbiano significa vivere una relazione autentica con lei, sentirci figli amati, ricorrere al suo aiuto e alla sua protezione. Significa, in sintesi, amarla e lasciarsi amare, lasciarsi guidare non perché costretti ma perché ci si fida di lei. Significa prendere sul serio la parola di Dio e assecondala, adattarci alle sue esigenze, perché è l’amore che ci spinge, è l’amore che ci fa rispondere con altrettanta apertura all’immenso dono che Gesù fa di se stesso. Se dovessimo esprimere in poche frasi cosa sia il cristiano diremmo che è una persona che ama, ma di un amore a perdere, non possessivo, ma oblativo, aperto, che si dona, che espande il suo profumo e la sua vita perché ognuno sia felice. Questo è l’amore di Maria per noi, modellato su quello di Dio. Ci ama e vuole vederci felici, capaci di accogliere anche noi l’amore e viverlo fino in fondo. 

sabato 21 ottobre 2017

Spirituale a 360°

Rendete a Cesare e rendete a Dio…  (Mt 22,15-21). Il Vangelo di questa domenica ci raggiunge con una frase di Gesù diventata proverbiale. Cerchiamo di capire da dove nasce e cosa significa. I farisei in combutta con un altro gruppo, gli erodiani, sostenitori di Erode, cercano di far dire a Gesù qualcosa per cui accusarlo. Gli chiedono se è lecito o meno per un ebreo pagare la tassa ai Romani. Se Gesù rispondeva di sì, significava che era dalla parte degli occupatori, se diceva di no, significava che era un oppositore al regime e un rivoluzionario politico. E Gesù, che li chiama apertamente ipocriti, dimostrando di leggere nei loro pensieri, si fa dare una moneta utile per pagare la tassa e poi chiede a loro chi ci sia raffigurato sopra. Alla loro risposta “Cesare”, replica dicendo di rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Non sta al loro gioco, dunque, e prende la parola per esprimere un principio importante. Esiste una dimensione terrena organizzata secondo delle regole, dei ruoli, delle realtà che vanno vissute con impegno e responsabilità, ed esiste la dimensione verticale, fondamentale, essenziale della relazione con Dio che va vissuta con tutto il cuore e anch’essa con responsabilità. 

Tutto quello che è necessario fare sulla terra - lavoro, obblighi civili, adempimenti vari - va fatto con cura e attenzione, sapendo che si tratta di ambiti nei quali si esprime quello che poi si vive a livello interiore, nella relazione con Dio. La cura, la responsabilità verso l'esterno è la forma che assume l’amore, è il modo in cui  l’amore si concretizza. Nessuna scissione dunque per Gesù! Non c’è lo spirituale da una parte - come se fosse un campo immateriale e privato - e il materiale dall’altro, che dovrebbe andare per conto suo, non si sa come poi, dal momento che siamo noi stessi a imprimere nelle cose quello che viviamo dentro. Un messaggio sconvolgente per chi è sempre pronto a vedere quello che non funziona e che non quadra nello Stato e nella società, e non si chiede se per caso stia contribuendo o meno con la sua coerenza di vita.


Ci sembra di vedere nella discepola fedele di Cristo, e cioè sua madre Maria, la realizzazione di questo assunto. Mai Maria ha sognato una vita senza responsabilità o doveri, facile e comoda, ma ha accettato e si è resa disponibile nei confronti della realtà tale e quale le si è presentata. Ha assolto tutti i suoi obblighi e lo ha fatto con lo stesso amore con cui ha avvolto Gesù nelle fasce poco dopo la sua nascita. Prenderla per madre, viversi come figli, significa anche seguirne l’esempio, imparare a fissare l’attenzione sulle sue scelte decise e coerenti, mai di compromesso. Un fare che è in linea con l’essere, che poi è la meta verso cui ogni giorno siamo chiamati a orientarci, tenendo insieme le opposte tensioni tra ciò in cui crediamo e ciò che facciamo. 

Sì, dare alle realtà terrene il frutto della propria relazione con Dio significa avere capito che siamo un’unità e che se siamo coerenti con noi stessi e rispettosi di noi stessi, non possiamo non prenderci cura di questo mondo e di tutte le realtà terrene. Perché non possiamo amare Dio senza volerlo far entrare in qualunque realtà contattiamo nel nostro cammino. Un Vangelo responsabilizzante, austero, duro e bellissimo; pagine che ci fanno ammirare la dignità di Gesù, che ha impresso il suo sigillo d’amore anche nel più piccolo e insignificante gesto, anche nel prendere tra le mani la moneta del tributo.