sabato 22 aprile 2017

Amore che trasforma

"Pace a voi". Con queste parole Gesù inaugura il tempo nuovo dello Spirito. Il Risorto ormai non sarà più visibile agli occhi della carne e però sarà più operante che mai per mezzo dello Spirito. Questo anticipo di effusione spirituale che gradualmente prepara alla grande esperienza della Pentecoste, è segnato dalla gloria e dalla sofferenza. La prima azione che il Signore fa dopo avere donato la pace è infatti quella di mostrare le mani forate e il fianco ferito. Per sgombrare il campo da ogni interpretazione sbagliata della sua risurrezione. C'è nell'uomo la tendenza ad accantonare il più possibile ciò che disturba perché ha qualche legame col dolore, e Gesù va ad agire proprio lì. Non vuole che gli apostoli credano che la sua risurrezione è un modo per cancellare l'esperienza del dolore e della morte. Il dolore vissuto con amore e con la forza che viene dal suo amore è proprio la condizione indispensabile per risorgere e per far "risorgere" le tante situazioni di dolore e difficoltà che segnano il nostro quotidiano. Se il chicco di grano non si disfa nel terreno, non rinasce pianticella e non porta frutto.
Tutto quello che ci circonda, tutto l'universo, la terra, ogni atomo e ancor più l'uomo, porta il sigillo della misteriosa unione tra dolore e gioia, morte e vita, sacrificio e dilatazione del cuore. In natura tutto deve morire per poter fiorire. Anche in noi, nel nostro intimo, quante morti ci hanno attraversato perché potesse nascere un atteggiamento nuovo,  migliore, più sano, più libero, più vicino al cuore di Dio.

Anche Maria ha bevuto il calice amaro delle tante morti che la vita le ha offerto. Di esperienza in esperienza il suo cuore si è fatto sempre più capace di amare, fino alla ferita finale sotto la croce. Dicendo il suo sì e offrendosi con Gesù a quanto stava accadendo, Maria ci mostra quanto i suoi sentimenti fossero armonizzati con quelli di Gesù e del Padre. La via del dolore è stata quella scelta da Dio per salvarci. Se fossimo stati salvi, non ci sarebbe stato bisogno di alcun dolore. Ma poiché noi eravamo perduti, a causa del potere, del piacere e del possesso, l'unica maniera per neutralizzare questa triplice morsa era l'umiltà, la purezza e l'Amore vero. Atteggiamenti questi che richiedono il sacrificio del naturale egoismo e del naturale essere autocentrati e narcisisti e dunque causano una certa dose di dolore e di frustrazione.

Di recente Benedetto XVI - più vitale che mai - ha detto in modo molto appropriato che il peccato è qualcosa di gravissimo e che non può passare come se nulla fosse. Bisogna che qualcuno lo assuma e lo neutralizzi trasformandolo ed è quello che ha fatto Gesù soffrendo per ognuno di noi. Noi che ci siamo affidati a Maria e viviamo con la coscienza di quanto male ci causiamo quando vogliamo schivare il dolore e le situazioni faticose, abbiamo il compito di illuminare gli altri sull'importanza di saper vivere con fede il tempo della prova.
Dio nel Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua - anche della Divina Misericordia - ci viene incontro per spiegarci il segreto della felicità, dunque qualcosa di immenso, e alla nostra portata. Per essere beati, ci dice, il modo più facile e diritto è accogliere con amore e intelligenza il dolore e tutto quanto ci fa soffrire. Quelle ferite da cui scappiamo, pur portandocele dentro, continueranno a gridare e cercare un ascolto. Finché non arriveremo all'umiltà di Gesù che mostra apertamente le sue piaghe risorte, perché le contempliamo e le comprendiamo, non saremo mai felici.

Vogliamo chiedere a Maria la grazia di unirci come lei alla sofferenza di Gesù e così sperimentare che proprio la resa amorosa davanti al dolore ci cambia dentro e ci fa accogliere sempre più autenticamente noi stessi, la nostra fragile carne,  il nostro instabile cuore, la nostra umanità. E che proprio l'atto di fede nelle forza trasformante dell'Amore (che è Dio) mette ordine nei nostri quotidiani caos e armonizza ciò che umanamente porterebbe solo alla divisione e a costruire muri. 

domenica 9 aprile 2017

Vicinanza che salva


Questione di vicinanza: questo uno dei temi chiave del Vangelo di oggi, domenica delle Palme (cf. Mt 26,14-27). Per entrare nel mistero della redenzione, mistero di morte e risurrezione, di tenebre e di luce, di annientamento e di vita piena, bisogna accorciare le distanze. Pietro dapprima guarda da lontano, si tiene a debita distanza dallo scandalo della sofferenza, cerca di non farsi raggiungere dalla realtà e si sforza di raccontarsi un’altra storia, un altro Vangelo, in cui magari, standosene seduto tra la gente, facendo cose normali come scaldarsi al fuoco, si può arrivare a convincersi che esiste una scorciatoia alla vita. Anche davanti alla realtà terribile della crocifissione, sentiamo molti chiedere a Gesù di scendere, di attingere alla sua potenza e salvarsi dal dolore. Già all’atto dell’arresto Gesù, vedendo che qualcuno voleva salvarlo attraverso la violenza, fa presente la situazione: “Credete che io non possa salvarmi se lo volessi?”.

Allora perché? Perché la croce, la sofferenza, l’ingiustizia, la morte? Come accostarsi al mistero della croce? Questione di vicinanza, dicevamo. Di Pietro, che prima era lontano, ora si dice che pianse amaramente. Il pianto di chi finalmente lascia andare le sue difese e dice a se stesso la verità. Non se la racconta più, e accoglie tutta la propria fragilità, il suo non riuscire a gestire l’onda scura e spaventosa del dolore. E in quel pianto accade il miracolo del cuore umano. Si attiva un incontro, una relazione viva con Colui che ci ama, che è nostro Padre, che ci abita dentro perché ci ha creati a sua immagine. Noi partecipiamo alla sua vita, misteriosamente.


Bisogna allora farsi vicini al Gesù che abbiamo nel cuore. Accorciare le distanze tra noi e il nucleo del nostro vero sé. La redenzione che il Signore ha compiuto era necessaria. Lui ha scelto questo modo per strapparci dalla morte, dal male. Ecco perché abbiamo bisogno di Maria per entrare in questo mistero della redenzione. Perché soltanto lei, che era ai piedi della croce, e che ha condiviso intimamente i sentimenti di Cristo, può aiutarci a imparare l’intimità con Dio. Finché non prendiamo anche noi Gesù Bambino tra le braccia, finché non lo accompagniamo nella sua crescita, finché non custodiamo quello che ci dice, finché non  accorciamo le distanze fino a farlo nascere in noi, non riusciremo ad accogliere le zone buie del cuore, ma continueremo a tenerci a debita distanza prima di tutto da noi stessi. Maria, invece, cui ci siamo affidati con gioia e fiducia, ci aiuta a familiarizzare con la nostra realtà interiore e a mettervi mano, come il giardiniere cui è affidato un pezzetto di campo da coltivare. Maria non ha scelto di fuggire dall’atroce momento del Calvario e pur avendo paura come qualunque essere umano, ha abitato anche il dolore e vi ha scoperto dentro la presenza del Padre. Lì ha capito tutto. Questione di vicinanza, perché solo chi guarda, si ferma e tocca, incontra l’altro e Dio nell’altro.

domenica 2 aprile 2017

L'arte di togliere pietre

«Togliete la pietra!» (cf. Gv 11,1-45). Il grande miracolo della risurrezione di Lazzaro è il miracolo dell’amore autentico, che non si ferma davanti ai sepolcri e alle morti ma sa spingersi oltre, credendo all’impossibile di Dio. Ci colpisce che questa pietra siamo chiamati a toglierla noi. Ma poi ci ricordiamo dei cinque pani e due pesci che Gesù usò per moltiplicare il cibo. Il Signore sembra dirci: “non senza di te, ma io e te insieme, io, te e i tuoi fratelli”. Comunità che tolgono pietre, che sollevano, che lavorano per favorire l’apertura del cuore di chi sta male e non ce la fa da solo a uscire dal sepolcro. Certo la fatica maggiore sta talvolta nella volontà di collaborazione. Chi sta male magari non vede la radice del suo malessere e lo scarica sugli altri. Non ci sono facili ricette. 

Certo un grande aiuto ci viene dall’esserci affidati a Maria. Una madre sa quanto sia duro amare il figlio della propria carne quando questo figlio non agisce correttamente. Quanta sapienza avrà usato Maria nel convivere con gli altri! Non è stata circondata solo da buone persone, non ci sono stati solo dei Giuseppe e dei Gesù intorno a lei. Ci sono anche stati accusatori, malelingue, gente dal cuore duro, pronto alla critica. Ma anche il colpo più duro: assassini di suo figlio. Quante pietre avrà tolto Maria dai cuori. Con la sua preghiera, il suo continuo rivolgersi a Dio, chiedendogli la grazia di toccare quei cuori. Quanta silenziosa offerta, quanto dolore portato con amore, senza replicare. Quanti gesti di perdono, di vicinanza. Le nostre comunità sono terre ferite, abitate da cuori spezzati, piagati, che non vedono quello che li affligge e affliggono gli altri. 

Ma chi invece è stato già risanato e riconosce l’azione di Dio nella sua vita, è chiamato ora, in questo tempo particolare che viviamo, a farsi promotore di cieli nuovi e terre nuove. Per togliere le pietre occorre sì tanta preghiera ma anche l’umile cammino umano fatto di conoscenza di se stessi, e di scoperta delle proprie storture. Forse allora quello che occorre sanare è l’ignoranza di se stessi e il voler a tutti i costi lasciare ogni responsabilità alla grazia. Ma senza togliere le pietre delle nostre occlusioni mentali la luce di Cristo non può entrare e guarire. Questione di maturità, di responsabilità, di cura dell’umano. Se prima non partiamo dall’umano, se prima non educhiamo l’umano, non riusciremo a capire perché, pur con tutta la buona volontà, non nascono luoghi di serena accoglienza e di gioiosa condivisione. 


domenica 26 marzo 2017

Ora vedo


«Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».  La fede nasce da un incontro che cambia, sembra dirci il Vangelo di oggi (Gv 9,1-41). Ed è possibile dove c’è un cuore disposto a farsi incontrare. Disponibilità, semplicità e flessibilità da una parte, presunzione e rigidità dall’altra. I farisei infatti vedono con gli occhi, ma sono ostinati nel cuore, e finiscono col non vedere quello che è sotto i loro occhi. Non perché non lo vedano, ma perché non vogliono vederlo. Messaggio chiaro per noi. Nelle nostre relazioni facciamo continuamente esperienza di due categorie di persone: chi cerca il bene per tutti ed è disposto a lasciare anche una propria idea se ne viene proposta una migliore, più adatta alla situazione, chi invece si impunta sulle proprie convinzioni ed è irremovibile.

Ci viene in mente la frase del Papa: «Meglio una Chiesa sporca per essere uscita a incontrare i fratelli che una Chiesa comodamente chiusa nei suoi ambienti asettici e senza vita». I perfezionisti, i rigidi, quelli che venderebbero la propria madre pur di non riconoscere che come stanno pensando e vivendo non va bene, sono quelli che vivono in realtà di progetti a tavolino, ma non si sporcano le mani, non si abbassano a scendere  a trattative per il bene comune, non escono e non si lasciano toccare dalle ferite degli altri. Sono perciò quelli che hanno paura di quello che hanno dentro. Le loro ferite se le tengono ben nascoste ed evitano accuratamente di guardarle in faccia. Non è a questa cecità che vuole condurci l’amore liberante di Gesù, nostro Signore. Anzi, è da questo che ci libera!


Anche l’affidamento a Maria va in questa direzione. Si tratta infatti di un gesto molto importante che la persona sceglie di compiere nella consapevolezza di voler percorrere le strade della fiducia. E la fiducia porta all’illuminazione. Maria ci prende per mano e ci sostiene nel cammino di graduale scoperta dei nostri nodi, che se non vengono riconosciuti, accolti e lavorati, rischiano di crocifiggerci non per la vita ma per la morte, nel senso che diventano condizionamenti che ci impediscono di volare alto, di amare con tutta libertà. Sono come tanti piccoli legami col male che appesantiscono il cuore. La luce che Gesù ha portato al cieco nato del Vangelo di Giovanni gli ha fatto tenere testa ai suoi accusatori, nella professione di una fede limpida nata dalla sua esperienza di liberazione. Sì, ci affidiamo a Maria anche per poter dire: «Devo ancora crescere, maturare, imparare, ma una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

sabato 18 marzo 2017

Se tu conoscessi il dono di Dio

«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,5-42). Conoscere per amare, amare per accogliere, accogliere per vivere, vivere per comunicare. Non esiste nel cammino di fede il salto dei passaggi, oppure un approdo che sia la somma di quelli precedenti, ma esiste il processo in cui nuove acquisizioni si integrano nelle precedenti dando vita a una sintesi nuova e personale, sempre in crescita. Senza il primo, non c’è neppure il secondo e così via. Non si comunica l’amore di Dio se non lo si vive e non lo vive se prima non lo si è accolto, ma non si può accogliere chi non si è incontrato e di cui non ci si è innamorati.

In questo desiderio struggente di Gesù di trovare nel cuore umano una porticina – anche minima – attraverso cui riversare i fiumi di amore del suo cuore ricolmo, ritroviamo noi stessi e la nostra storia. Ricordiamo la nostalgia bruciante che Lui stesso ha colmato, accendendo il nostro cuore e trasformandoci dall’interno. Ma nelle parole di Gesù c’è anche l’eco delle parole di Maria, sua e nostra madre. Se ci affidiamo a lei non è per chiuderci in una relazione consolatoria, ma per chiederle che ci aiuti ad essere sempre più docili alla voce di Dio. «Tutto quello che vi dice, fatelo». Il nostro desiderio è quello di seguire Gesù, imparare da Lui, comunicare la sua vita. Vogliamo investire tutte le nostre energie migliori al servizio di questa causa grande che è la libertà per tutti. Non ci basta – e san Massimiliano ce lo sussurra all’orecchio – essere dissetati noi, vogliamo che tutti i nostri fratelli facciano la stessa esperienza.

 «L'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». L’amore di Dio ha un suo dinamismo interno, zampilla da sola. Noi possiamo agevolarle il passaggio oppure ostacolarlo, ma l’acqua ha la sua vitalità che nessuno può gestire. Dà vita da se stessa, dove vuole, quando vuole. Tutti abbiamo fatto l’esperienza di vedere che quest’acqua talvolta è scaturita anche da strumenti molto limitati, difettosi. Con nostro stupore abbiamo dovuto riconoscere che lo Spirito trova vie inedite e certamente sfuggenti al nostro ragionamento. Anche questo è un lasciarsi stupire da Dio!


Maria ci è accanto per darci quelle luci necessarie al cammino. Quando le difficoltà sembrano affievolire l’entusiasmo, lei ci sprona, ci spinge a continuare a cercare, ci instilla la speranza, ci ripete: «Se tu conoscessi il dono di Dio!». Non può decidere per noi, ma il suo esserci madre la spinge a farsi vicina e a infonderci fiducia, volontà di riprendere il cammino, desiderio di provare nuove piste, di esplorare sentieri inediti. Accogliere lo Spirito significa farsi condurre e non condurre noi, accettando le soste, anche forzate, ma subito dopo rincorrendo le nuove chiamate, quelle che aprono, che mostrano il nuovo, gli orizzonti dell’amore e della fraternità che anche padre Kolbe ha inseguito, preferendo anche ammaccarsi un po’ piuttosto che starsene rinchiuso nelle su sicurezze. 

sabato 4 marzo 2017

Tutto posso

Che potere ha su di te la forza del male? Il Vangelo di questa prima domenica di Quaresima punta l'attenzione sull'influsso del male sul cuore umano (cf. Mt 4,1-11). Perché davanti all'esperienza del male, in qualunque forma si presenti, ciò che è decisivo non è trovare delle strategie per resistere oppure inventarsi dei modi per evitarne le conseguenze devastanti, quanto sapere in quel momento a chi apparteniamo. Di chi siamo, su chi ci appoggiamo, qual è la nostra "consistenza" esistenziale.

Non è vero che non puoi vincere il male col bene, diceva san Massimiliano Kolbe, tu puoi, se non basi la tua riuscita sulle tue deboli forze ma fai totale affidamento in Colui che solo può vincere in te e attraverso di te, con l'aiuto dell'Immacolata. Gesù ha vissuto la prova delle prove in quel deserto assetato di bene. Ha voluto sentire il dolore bruciante dell'attacco ingiustificato, della violenza gratuita, del sopruso di chi approfitta del tuo momento di maggiore debolezza per sferrare un colpo mortale. E lo ha voluto fare per liberarci dalla paura di non poterlo imitare anche noi, di non potere anche noi vincere il male col bene. Ci ha guadagnato col suo amore la forza che non abbiamo da soli.

Anche Maria ha vissuto questa fortezza dello spirito. Donna forte, implacabile contro il nemico, il diavolo. Lei non era divina, era figlia del Padre, creatura come ciascuno di noi. Ha sentito anche lei tante volte sulla sua pelle la pressione del male, che si è presentato sotto varie forme, specialmente sotto la veste terribile dell'odio puro verso suo figlio. I sibili maligni che si annidavano nel cuore di chi nutriva quei sentimenti e progetti l'hanno sfiorata e si sono dovuti ripiegare su se stessi, tornando da dove erano venuti. Non hanno intercettato alcuna accoglienza, ma sono rimbalzati come contro un pezzo di marmo. Chi si affida a questa Madre, chi fa la scelta di avere fiducia in quello che il suo amore può operare nel suo essere, entra gradualmente ma irresistibilmente dentro la vita nuova in Cristo. La libertà non consiste nel fare quello che mi pare, ma nel vivere ogni scelta secondo verità. Tutto posso in Colui che mi dà la forza attraverso l'Immacolata. 


sabato 25 febbraio 2017

Non preoccupatevi

Avere un centro potente che unifica tutto e sviluppare la fiducia nel Padre che non solo crea ma anche custodisce i suoi figli e si prende cura di loro: queste le due idee forza del Vangelo di questa domenica (cf. Mt 6,24-34). “Non preoccupatevi della vostra vita”: Gesù mette in guardia dal rischio della dispersione. Tante direzioni, tanti percorsi, tanti obiettivi possono creare un corto circuito. Un solo obiettivo da perseguire invece permette di raccogliere tutte le energie vitali e di direzionarle verso quell’unico punto. Tutto sta nello scegliere bene l’obiettivo per il quale giocarsi. Ascoltando il desiderio profondo del cuore, siamo attirati verso Gesù. La sua forza attrattiva è potente, e se non siamo troppo rallentati da resistenze e paure inconsce, corriamo abbastanza spediti dietro di Lui. L’esperienza dice chiaramente che tutto perde di gusto quando si è conosciuto Lui. Non c’è paragone.

E la vita, quando è sul serio messa nelle sue mani, si trasforma e si apre a cammini davvero inauditi di crescita e di comprensione di se stessi. Allora si comprende che si può anche rischiare molto, perché Lui c’è e lavora attivamente nelle vicende che ci capitano. Così nasce la scoperta della Provvidenza, che è il modo in cui Lui governa ogni cosa prendendosene cura. Non significa non avere problemi, significa sapere con chi si sta attraversando la vita, con Qualcuno che scrive dritto in mezzo ai nostri scarabocchi e strafalcioni.


Come fare per approfondire questi aspetti così importanti che il Vangelo oggi ci mostra? Noi abbiamo un modo particolare di approcciare ogni aspetto della fede ed è Maria. Ci siamo affidati, donati a lei, abbiamo fatto questo passo che non è uno scherzo ma un vero sì alla grazia che ci chiamava, e ora sperimentiamo, mentre il cammino avanza, che qualunque cosa accade, qualunque passaggio stiamo vivendo, in qualunque luogo ci troviamo, lei c’è. Forse può sembrare banale, ma sapere che lei c’è, che ci basta - come ricorda Massimiliano Kolbe - solo pensarci un attimo per sentire che siamo nel suo cuore, questo è già tanto. Se lasciamo perdere la tendenza gratificatoria che ci farebbe gioire solo quando abbiamo qui e ora quello che vogliamo, e ci apriamo con fiducia alle sue vie, sperimentiamo la libertà e la gioia. E restiamo aperti alle vie che lei vorrà suggerire, agli incontri che lei vorrà realizzare, ai doni che lei ci vorrà fare. “Come, quando, se lei lo vuole” (Kolbe). Maria ci libera dall’ansia di voler controllare l’incontrollabile, e ci restituisce il gusto delle vita! “Cercate anzitutto Gesù e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.